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Il lungo lamento
delle voragini carsiche

5 ottobre 1943, il giorno della foiba di Villa Surani

Parenzo era la perla dell'Adriatico istriano. Io e la mia famiglia abitavamo là. D'estate trascorrevo un breve periodo dai nonni materni nell'entroterra pesarese per poi ritornare nella Parenzo della mia fanciullezza, sempre desiderata e, ai miei occhi, sempre più bella. Finite le scuole, agli inizi di giugno del '43, mio padre, che comandava la piccola stazione forestale, ritenne di anticipare il tempo delle vacanze. Io non avrei voluto, ma lui insistette. Pensava che fossimo più al sicuro qui nelle Marche. Così mia madre accompagnò me e mio fratello dai nonni e tornò dal babbo che non poteva lasciare il servizio. Quella fu l'estate più infelice della mia vita.

Finì giugno ed anche luglio. In agosto il desiderio di tornare a casa si fece molto acuto. Avevo undici anni, ero timida e la nonna non dava spiegazioni. Ricordo che parlava di viaggio pericoloso e di altre cose che lei definiva "brutte" e che io non ero in grado di capire. La nostalgia di casa e del babbo si impadronì di me; non avevo più voglia di nulla ed ero diventata triste e taciturna. A settembre i nonni mi portarono in collegio a Sassocorvaro per frequentare la prima media. Continuavo a non comprendere e soffrivo sempre più. La professoressa bocciava i miei temi che, diceva, erano irreali e troppo fantastici. Dovevo attenermi alle cose concrete che non riuscivo ad accettare e che non conoscevo.

Alla fine di ottobre la mamma tornò dall'Istria; mi venne a trovare ma mi lasciò senza certezze né speranze. Di mio padre non seppi nulla ed io cominciai a piangere di notte e a non studiare di giorno. Alla vigilia di Natale la nonna venne a prendermi. Le strade erano dissestate e percorremmo a piedi lo stretto sentiero fino a casa. Lei mi teneva per mano e piangeva (il ricordo è ancora vivido), accusando un forte mal di denti. Per tutto il tempo restammo nel silenzio più assoluto. Sotto un lenzuolo piegato, nel grande armadio di casa profumato di fiori di lavanda, trovai un telegramma indirizzato alla mamma dall'amica Gigetta. Proveniva da Parenzo e diceva: "Vieni subito. Trovata salma Giovanni". Giovanni Battista De Caneva, mio padre. Avevo già sofferto per cinque mesi, ma quel telegramma e la parola "salma" scatenarono nella mia immaginazione un uragano che ancora non si placa. Fui colpita al cuore senza alcun soccorso proprio allo sbocciare della mia adolescenza, quando la ragione non è in grado di elaborare un così grande evento. Ci vollero anni perché capissi.

La mia città fu presa d'assedio dai partigiani di Tito subito dopo l'8 settembre del '43. Già prima del 15 di quel mese furono ritrovati i corpi di persone uccise atrocemente e poi abbandonate sulle strade o davanti ai portoni delle case. Per lo spavento molti cominciarono a fuggire, senza sapere dove e perché. Intere famiglie si spostarono cercando scampo in città italiane più sicure. Anche i due militi forestali, collaboratori di mio padre, sparirono. Purtroppo, nonostante le suppliche di mia madre, egli volle rimanere. Pensava di essere responsabile del presidio e che nessuno aveva motivo di fargli del male. Ma la mattina del 5 di ottobre un commando irruppe nella mia casa. Il babbo fu preso in modo brutale e tradotto nelle carceri, ove già erano rinchiusi e ammassati altri cittadini: uomini e donne, professionisti e operai, persone di tutti i ceti, di tutte le età, di tutte le opinioni politiche. L'essenziale era che fossero italiani. E quando su Parenzo un aereo lanciò manifestini che avvertivano dell'arrivo di carri armati tedeschi, i prigionieri, legati gli uni agli altri col filo di ferro, furono caricati sui camion e trasportati sull'orlo della foiba più vicina, quella di Villa Surani, dentro la quale, dopo atroci violenze, furono scaraventati. Secondo un macabro cerimoniale, fu quindi gettato sui corpi straziati un cane nero i cui ululati richiamarono l'attenzione degli abitanti prima, e poi dei soldati italiani di stanza ai confini orientali del nostro Paese, e infine dei Vigili del Fuoco. Furono questi ultimi ad estrarre i cadaveri nei giorni 11 e 12 dicembre del '43. Poco prima di Natale la mamma, dopo un drammatico riconoscimento, seppellì in fretta il babbo nel piccolo cimitero di Parenzo. Anni dopo portammo i suoi resti a Macerata Feltria dove abitavo. Sulla sua lapide, che io scelsi con amore, è scritto: "Giovanni Battista De Caneva, morto in Istria a 36 anni per l'onore dell'Italia".

Dal '43 al '45, nelle numerose foibe che vanno da Gorizia alla Dalmazia, morirono così oltre diecimila italiani. I profughi, almeno 250 mila, lasciarono là i loro beni e non tornarono mai più in quelle terre. Oggi, grazie ad una vasta storiografia, ad una lunga serie di ricerche documentate, e grazie anche all'onestà intellettuale di uomini di tutte le estrazioni politiche, si riconosce che per troppo tempo alla Storia è stata sottratta una verità ormai inconfutabile.

Non si vogliono contrapporre orrori ad orrori. Si vuole solo onorare anche la memoria di tanti italiani che, non per loro colpa, si trovarono a risiedere in quelle zone e, per questo, fatti oggetto di sterminio indiscriminato. La verità, oltre a contribuire alla pacificazione, darà prestigio alle istituzioni della nostra Repubblica e lenirà il dolore e la solitudine che, per tanto tempo, hanno accompagnato le nostre esistenze.

Diana De Caneva

 

 


 
 
 
 
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