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Personaggi allo Specchio:
Alfredo Chiappori


IL FANESE DI LECCO

"Or ecco", dice Alberto di Giussano,
"ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
o milanesi, e vincere bisogna.
(…) Il sole
ridea calando dietro il Resegone.

(Dalla Canzone di Legnano, di Giosuè Carducci)

Scendendo alla stazione di Lecco un sabato pomeriggio, col Resegone che si materializza (con il suo profilo ovviamente a forma di sega) proprio davanti a quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno fin dai tempi del ginnasio, rivisito le mie reminiscenze scolastiche in cerca di antiche vestigia della civiltà lombarda. Ecco Alberto (o Umberto?) da Giussano che guida i Comuni nella guerra contro il Barbarossa; così rincoglionito dalla battaglia, insieme al suo capo ufficio stampa Giosuè Carducci, da non accorgersi che il sole non poteva tramontare dietro il Resegone perché la montagna si trova a "nord-est" rispetto a Milano.

Ma appena esco sul piazzale mi trovo in mezzo a un piccolo crocchio di neri, che più neri non si può, che chiacchierano allegramente in italiano. Vengono dalla Costa d'Avorio e sono occupati nelle aziende del circondario. Poco più in là, vedo una giovane mamma senegalese, altissima, dalle curve morbide e gli occhi da cerbiatta; la pelle color ebano, levigata e splendente come quella di una fotomodella. Niente male come benvenuto in questa piccola città, fra le più ricche del Paese, governata da un sindaco della Lega e patria dell'attuale ministro (leghista) della Giustizia. Per recarmi all'appuntamento percorro un grande viale e osservo le facce lombardo/lacustri nel passeggio del sabato. Saremo pure una società mista e multietnica, ma nessuno scambierebbe queste fisionomie con quelle di passeggiatori pesaresi o fanesi: sono proprio un'altra razza. Lungo il lago aleggia quell'odore di acqua dolce, di erba e di foglie, che penetra nelle narici in modo così diverso dal profumo salmastro del nostro scirocchetto.

In un vasto appartamento del centro, tra poster, cavalletti da disegno e computer, vive e lavora Alfredo Chiàppori, lecchese doc ma naturalizzato fanese a causa di vicende familiari e di studio, nonché di solide amicizie giovanili dalle nostre parti: Orlando Sora, pittore fanese trasferito a Lecco e suo primo maestro; Fabio e Angela Tombari (di cui è stato spesso ospite a Rio Salso); il comandante di pescherecci Romeo Pirani, il motorista Valentino Borgogelli detto "il Conte"; Titi, l'ormeggiatore della sua barca; Sèpia, Pronòster, Ciuflìn, Grilòn…, soprannomi di marinai reali o immaginari; i "murea", cioè i mozzi delle imbarcazioni che cominciavano a lavorare a otto anni, dopo la terza elementare, per guadagnarsi il pane. Erano i paria del mare e quando morivano accanto ai vecchi, durante i fortunali, venivano così ricordati: "Sono affogati cinque cristiani e un murea". E' tutta la variegata umanità del Porto della Fortuna: così ha intitolato il suo primo romanzo, ambientato tra le banchine e i flutti del medio Adriatico. La vicenda del ritrovamento del bronzo attribuito a Lisippo, che è al centro della storia, è solo un espediente narrativo per descrivere gli umori, gli odori, i colori, della vita di mare a bordo dei pescherecci. A chi ha qualche familiarità con la barca a vela, sembra di leggere un manuale dei Glénans, per la sapiente descrizione delle manovre e la straordinaria proprietà della terminologia nautica. Ma traspare anche una grande simpatia umana, forse addirittura un amore viscerale, per le atmosfere, i riti, i sapori del mare: dalla "moretta" misteriosamente amalgamata dalla bella Tosca, alla sofisticata ricetta del "brodetto".

Up il sovversivo. Una vignetta satirica è spesso più efficace di un articolo di fondo; a volte è più acuta di un commento politico, per l'immediatezza fulminante della sua intuizione. Non a caso Massimo D'Alema ha chiesto (ma non ottenuto) un risarcimento di tre miliardi, dopo una vignetta di Forattini che riteneva diffamatoria. Mi sono sempre chiesto come facciano i vignettisti, soprattutto quelli che lavorano per i quotidiani, a farsi venire un'idea brillante ogni pomeriggio, magari anche nei giorni in cui sono di cattivo umore. I direttori gli spediscono per fax la bozza della prima pagina, con un buco in mezzo, e poi aspettano che arrivi la battuta spiritosa sul tema del giorno.

Chiàppori ha iniziato questa carriera come variante della sua vera vocazione, che è quella di pittore. Dopo il diploma all'Istituto d'Arte di Fano (diretto dallo scultore Edgardo Mannucci), ha frequentato la Scuola del nudo all'Accademia di Brera e ha insegnato per vent'anni al Liceo scientifico di Lecco, proseguendo parallelamente la sua attività artistica. La passione politica lo spinse a disegnare le prime vignette di Up il sovversivo; e nel mitico '68 (quando aveva 25 anni) portò alla Feltrinelli una raccolta di strisce satiriche: sarà il suo primo libro, seguito anni dopo – con lo stesso editore – dai quattro volumi delle "Storie d'Italia". Il successo gli aprì le porte dei giornali: prima Linus (diretto da Oreste Del Buono), poi via via L'Unità, La Stampa, La Repubblica, Panorama, L'Europeo; e infine il Corriere della Sera, dove pubblica regolarmente due o tre vignette alla settimana. Su Panorama aveva una rubrica fissa, "Il Belpaese", che ha scandito le vicende più drammatiche dell'Italia durante gli "anni di piombo". Erano vignette ansiogene, quasi disperanti, popolate di loschi figuri, spesso capovolti a testa in giù come insetti ripugnanti, che commentano le loro trame con risate beffarde a trentadue denti. Le silhouette in bianco e nero, o in negativo su nero, evocavano con pochi tratti di penna agenti segreti (ovviamente "deviati") con l'impermeabile d'ordinanza, imprenditori cinici, mitrie di vescovi senza fede, generali golpisti, politici corrotti. Nonostante la generosa quantità di veleno mescolato all'inchiostro di china, non gli è andata troppo male con i potenti. Ha avuto una sola querela da Craxi (ritirata a sorpresa prima del processo) alla fine degli anni ‘80, quando cominciava a delinearsi la stagione di "Mani pulite". Era stato arrestato l'architetto De Mico, accusato del pagamento di tangenti a politici di primo piano, fra cui un misterioso signore indicato nelle sue carte come "xxx". Nella vignetta c'è un giudice che chiede: "Chi è costui?". L'imputato risponde: "Giuro che non è Craxxxi!". Qualche vignetta troppo cattiva non gli è stata pubblicata; ma non è mai stato licenziato da un giornale per incompatibilità di linea politica e ha ricevuto spesso consensi divertiti dalle sue stesse "vittime". Conserva le lettere di Pertini, Cossiga, Spadolini che chiedevano le tavole originali da incorniciare.

Ormai è uno dei maestri della satira politica, consacrato da numerosi allori: due volte "Palma d'Oro" al Salone Internazionale di Bordighera; riconoscimento speciale della giuria al "Premio Satira Politica" di Forte dei Marmi; Premio "Giorgio Cavallo" a Moncalieri nel 2000. La satira è stato il suo modo di fare politica attiva, nell'area della sinistra, per oltre trent'anni. E forse anche di onorare la memoria di suo padre, "sovversivo" a pieno titolo durante il fascismo.

Gli amici di Frusaglia. Oggi, a quasi 59 anni, Chiàppori e un uomo piccolo e nero, tipo Dustin Hoffman, con una barbetta mefistofelica e qualche raro sorriso ironico. E' un uomo di poche parole, che va subito al sodo, senza troppi complimenti. D'altra parte il vignettista satirico è, per definizione, un disegnatore molto cattivo. Scorre ogni mattina una "mazzetta" di giornali, fino a quando non gli viene l'idea vincente per la vignetta da spedire al Corriere. Poi si dedica per il resto della giornata ai suoi molteplici interessi editoriali. Una vita metodica, discreta e appartata, confortata dal silenzio adorante del gatto Rondò; senza grandi contatti, né particolari riconoscimenti da parte dei suoi concittadini. Perché, come sempre, nessuno è profeta in patria; figuriamoci poi quanto è profeta un uomo di sinistra in una patria di centro-destra.

Per ironia della sorte, Up il sovversivo è nipote di un direttore del carcere: o del "bagno penale", come si diceva una volta con un'immagine fosca che sembra tratta dall'Inferno dantesco. Francesco Chiàppori era arrivato a Pesaro per motivi d'ufficio e vi era rimasto parecchi anni; i suoi figli (fra cui Luigi, il padre di Alfredo) si erano affezionati a questi luoghi tanto da tornarvi spesso in vacanza, anche dopo il trasferimento della famiglia a Lecco. Luigi era fotografo di mestiere, antifascista militante e per di più di madre ebrea; tanto per aggiungere una ciliegina sulla torta dei suoi grattacapi col regime. Lo mettevano in galera preventivamente, ogni volta che arrivava in visita un gerarca. Nel 1944, sentendo odore di bruciato, aveva lasciato Lecco in fretta e furia portando la moglie e i due bambini a Pesaro; dove morì in ospedale, sotto falso nome, poco prima della liberazione della città. Di qui il perdurante legame dei Chiàppori con la nostra terra.

Dopo il periodo giovanile degli studi e delle vacanze, ha tenuto per molti anni la sua barca a vela nel porto di Fano e ha abitato a Fenile: prendendo in affitto il casolare settecentesco dei Gabrielli. Ancor oggi passa gran parte dell'estate tra Fano e Pesaro e rivede i suoi amici di sempre: i vecchi pescatori ormai tutti novantenni, ma anche gli amici della maturità, come Alberto Berardi, Franco Battistelli, Emilio Furlani (il pittore, poi scomparso tragicamente) Franco Mariotti, Alberto Zedda. Non ha perso una sola edizione del Rossini Opera Festival. "Una parte di me appartiene a quella cultura e a quel dialetto", dice riferendosi a Fano: che considera molto diversa da Lecco ma anche da Pesaro. "I lecchesi sono molto concreti, legati alla produzione, al lavoro, alla ricchezza. Il fanese non mette nessuno sul piedistallo; è ironico, dissacratore, con un certo gusto della battuta o addirittura del sarcasmo. E' a quell'humus culturale che appartiene il mondo di Frusaglia".

Il respiro del mare. Quest'uomo rimarrà nella storia del costume come un testimone satirico di anni difficili. Ma è giusto ricordare che si tratta di un artista eclettico, con interessi in molti altri campi, compreso quello teatrale. Come pittore ha allestito moltissime mostre personali (anche dalle nostre parti) e ha illustrato i grandi e preziosi volumi per collezionisti, come la Fiaba di Goethe, il Calendario dell'anima, l'Apocalisse, il Cantico dei Cantici, i Salmi: scanditi dalle sue splendide tavole a pastello che richiamano le simbologie religiose e le fiamme rosso-gialle-blu dell'aldilà.

Alla narrativa è arrivato tardi, quando era già famoso per altri motivi, con Il Porto della Fortuna pubblicato nel 1997. Ma quell'opera è già stata seguita da altri due libri di analoga ispirazione: La Breva, una serie di racconti sugli uomini, le leggende e i venti del lago; e Il mistero del Lucy Fair (in libreria da pochi giorni), un thriller del mare ambientato nell'Ottocento, con un veliero misterioso che va alla deriva al largo delle Azzorre prima di essere abbordato da un brigantino americano. Il libro rievoca una vicenda realmente accaduta nell'epoca vittoriana, e gli permette di affrescare un altro canto della marineria, dei suoi ambienti e dei suoi protagonisti. E' sempre il respiro delle navi e del mare che continua a intrigarlo, forse come una grande allegoria della vita. Non a caso il libro si apre con una citazione del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein: "Ho indagato i contorni di un'isola, ma ciò che voglio scoprire sono i confini dell'Oceano".

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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