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  *

I sette sosia

Amelia diceva di avere incontrato la madre (persa quando era bambina) non solo nei sogni, ma anche dal vero. E se Daria, sua figlia, le chiedeva di raccontare, lo faceva con grande trasporto:
- La prima volta l’ho vista alla fiera. Era ferma davanti a una banca di fiori. La testa castana, pettinata come nella fotografia. Si è girata verso di me, ha mosso la bocca, mi ha sorriso.
- Poi?
- Poi più niente. E’ svanita.
- Alla festa dell’Albarice, invece?
- E’ stato diverso. C’era la processione e lei cantava dietro di me: ho riconosciuto la voce. Appena mi sono girata, ho rivisto lo sguardo, il chiarore degli occhi.
- Ti ha detto qualcosa?
- Macché! E’stato un momento. Una goccia su un vetro. Solo una forma.
Daria sembrava perplessa:
- Smettila, mamma. E’ la tua immaginazione.
- E’ verità! - lei l’ammoniva - E può capitare sette volte, nella vita. Ogni persona ha sette sosia, non lo sai?
Quella trovata materna dei sette sosia si riaffacciò alla mente di Daria quando Amelia a sua volta scomparve. Perché non sperare di rivederla? Se non intera, almeno un soché, un dettaglio. Le sarebbe bastato rintracciare la fronte, densa di opposti pensieri, o la fiezza bianca, mandata all’indietro, obliqua tra i capelli più scuri, o la fossetta sullo zigomo che rendeva il suo viso radioso, come la solennità di un passo, di un gesto. Ma la vita reale, nel giro delle strade di Ancona, lontana dalle moltitudini, con incontri prevedibili, non offriva granché. Così, spesso Daria ricorreva alla televisione. Viaggiava col telecomando di canale in canale, giorno e notte, per ore, non per capire o sapere, ma per guardare le facce infinite che lo schermo racchiude. Con la fermissima fede di scoprire prima o poi, se non sette, almeno una attendibile sosia di Amelia. Speranza regolarmente delusa: tra film e talk-show, soap-opera e spot, dirette, giochi a quiz, concerti, televendite, festival e tiggì, della madre neanche l’ombra, quasi si fosse estinta con lei un’intera specie di donna. La figlia ormai dubitava di fare l’incontro felice.
Daria riprese a sperare in occasione di una breve vacanza, gli ultimi giorni di ottobre, a Parigi. Sui metrò, alle frequenti fermate, tra la gente a fiotti in entrata e in uscita, o forse lungo la Senna, in mezzo a barbone e clochards, ma meglio ancora al Louvre, al Museo d’Orsay, dinanzi a figure e volti ritratti da artisti famosi, chi lo sa, avrebbe potuto avere fortuna. Nelle sale dei musei parigini, Daria fu toccata in realtà da molte emozioni. Poteva benissimo appartenere alla madre la candida schiena della donna in turbante, nel “Bagno turco” di Ingres. Sua era senz’altro la fronte, e suoi i capelli e il sorriso della “Gioconda”, inconsapevole di lei e dei mille devoti che le si assiepavano intorno. Ad Amelia si era certamente ispirato Manet, per il bianco nudo del “Déjeuneur sur l’herbe”. Daria indugiava su tali pensieri, implorando un più tangibile segno. E la madre, finalmente toccata, glielo volle inviare, quel segno. Fu l’ultima notte di ottobre.
Il pullman del tour “Paris la nuit” svoltava ora qua ora là, imboccando strade su strade, nel buio scintillante di luci, per restituire i diversi turisti, ormai vinti dal sonno, agli alberghi. Solo Daria, ostinata, invece di abbandonarsi sul sedile, continuava a inseguire dal finestrino i rari passanti e la sfilata delle insegne multicolori. Faceva il possibile per leggerle tutte, senza saltare una sillaba. Come accadeva da bambina quando la madre – rare volte – sospeso il lavoro dei campi, la conduceva in città. Poteva essere la tarda estate, ma anche un principio di primavera. Con occhi svagati, Amelia diceva: “Ti porto al Passetto. Andiamo a vedere la bellezza del mare”.
Col filobus numero tre, da Posatora, scendevano alla Stazione per prendere l’uno che le portava in cima al Viale. Lasciato il Monumento alle spalle, si inoltravano fra pini e panchine, verso la scalinata dell’Ascensore. Salivano insieme sulla terrazza più alta, nell’aria celeste, ridendo se la brezza le spettinava, o alzava a ruota le loro sottane. Da lassù guardavano gli scogli e le rupi investite di spruzzi. Respiravano il salmastro in silenzio, finché non le distraeva un più largo suono di onde, un’acqua intrisa di luce, una polvere a colori.
Daria ancora indugiava sull’orizzonte adriatico, quando una improvvisa frenata del pullman la riscosse. L’autista, senza apparente spiegazione, si accostò al marciapiedi, spense il motore e rimase zitto per alcuni minuti. Cresceva, nel mentre, il disappunto generale: nessuno capiva il motivo di quella sosta forzata. Nemmeno Daria, inizialmente. Poco dopo, però, fu proprio lei, guardando oltre il finestrino, a vedere la verità, la verità rivelata! Una scoperta abbagliante che la lasciò attonita, muta, come folgorata. A un palmo dagli occhi, lì fuori – perché non poteva gridare? – c’era Amelia, sua madre. La tenera Amelia, intera. Estesa e distesa, campeggiava sulla facciata di un palazzo, sopra il verde oltremare di una saracinesca abbassata, con la sua forma italiana, in corsivo: “Amelia”, stampata in avorio, in caratteri fini.
Daria bevve a piccoli sorsi ciascuna vocale e consonante, quasi fossero crome e biscrome di un canto popolare. Battere e levare, in punta di cuore.
- Che ci fa il suo nome a Parigi? Chi l’ha scritto per me?
- Ora è qui che mia madre tiene negozio? - si chiedeva incredula.
E continuava a contemplare le sei lettere belle, il desiderio in parte appagato, ringraziando Dio nella notte di Francia.
Sopra l’inquieto parlottare degli ignari viaggiatori, a Daria sembrò di udire la voce della madre: “Siamo nomi. Siamo solo questo. Nomi scagliati verso l’infinito. Voce cara, sillaba di rivelazione. Voce amata. Seme di compassione, labbro di umanità. Eco di un cosmo di parole. Siamo nomi. Siamo solo questo”.
L’autista intanto, riacceso il motore e imboccato l’ultimo boulevard, al microfono annunciava l’hotel Mercure-Montmartre. Come un calice vuoto, il cuore di Daria continuava a tintinnare contro il vetro del finestrino.

Germana Duca Ruggeri


 
 
 
 
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