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Franco Bucci:
l'arte come diritto


Scrivere di Franco Bucci ora, a tumulazione avvenuta e discorsi pronunciati, è cosa molto difficile per chi, come me, ha potuto avere il piacere di condividere con lui, per decenni, lunghi momenti di vita vissuta, orientamenti culturali, politici ed etici. Credo che le parole più giuste siano state quelle usate da Gianni D'Elia nella sua dolente lirica di addio all'amico, così semplici e nette nella loro valenza logica, estetica e semantica da apparire del tutto somiglianti alle ceramiche bucciane, dalle linee pulite e classiche, espressione di un grande passato ma concretamente collocate nel futuro.

Franco nacque nel 1933 a Riceci, allora frazione di Colbordolo, dove suo padre esercitava la professione di daziere. Lì visse gli anni della sua infanzia, a contatto con la vita dura dei contadini, di cui assimilò l'asciutta essenzialità del gesto e della parola quotidiana, fino ad assumerla come tratto distintivo della sua personalità umana e artistica. Di quegli uomini ammirava anche l'esemplare abilità manuale, sedimentatasi nel corso di centinaia di secoli di storia, e la concretezza dei fini, che consentiva loro di eseguire in maniera ugualmente valida tanti lavori apparentemente diversi fra loro. Nell'immediato dopoguerra Pesaro fu per lui il luogo della scuola d'Arte "Mengaroni", degli incontri, dei maestri che per primi impressero nella sua anima il crisma dell'artista, in cui si manifestavano in uguale misura l'amore per la tradizione e la tensione verso il futuro. Lì la sua inesauribile curiosità lo portò a confrontarsi con i suoi coetanei, ad ammirare ogni loro manifestazione di abilità o intelligenza, a conoscersi e valutarsi, selezionando quindi i propri interessi e migliorandosi instancabilmente sul piano della crescita culturale. Era uno che sapeva guardare, ascoltare e imparare. Il discrimine fondamentale della sua vita d'artista si colloca nel periodo fra il 1955 e il 1961 ed è, a mio avviso, caratterizzato da tre eventi chiave: l'insegnamento al "Mengaroni" assieme al gruppo degli agguerritissimi "giovani turchi" toscani; il matrimonio con Giovanna Falconieri, che si pose anche come inizio di un sodalizio affettivo e professionale interrotto solo dalla morte; la costituzione del Laboratorio Pesaro assieme a Pieraccini, Doppioni, Valentini e altri.

Bucci era un laico e aveva fatto propri, forse anche istintivamente, i princìpi della Rivoluzione francese, secondo i quali il fine principale della vita di ogni individuo deve essere la ricerca della felicità. Era convinto perciò che la fruizione dell'arte e del bello non si sarebbe dovuta ritenere privilegio per pochi, ma diritto universale, al pari di quelli alla salute, istruzione, lavoro e a una vita dignitosa. Da un punto di vista strettamente professionale pensava che tutto fosse stato già ideato e creato, per cui si trattava semplicemente di migliorare le cose già esistenti. Era l'uso finale del cliente che doveva presiedere al disegno dell'oggetto, non già l'estro o il capriccio del professionista. Per meglio chiarirci questo concetto, ricorreva spesso alla esemplificazione delle mani a conca, usate per la prima volta dall'uomo primitivo per bere alla sorgente: "Ecco la miglior coppa mai progettata!", ridacchiava soddisfatto. Le linee dei suoi prodotti erano perciò rigorosamente scevre da ogni inutile aggiunta, geometriche, del tutto congrue con la loro destinazione. Possedeva una facilità di disegno stupefacente. Una sera d'estate negli anni ‘70, a casa sua, ci trovammo a conversare assieme ad un altro amico. Io parlavo di una mia lontana estate a Londra, l'altro del suo soggiorno a Varsavia. Casualmente il discorso cadde sul tè, largamente consumato da inglesi e polacchi. Mentre descrivevamo le varie fasi della preparazione, spiegandone il come e il perché, lui schizzava linee su un foglio, cogliendo al volo ogni nostra indicazione. Alla fine ne era uscito il progetto per un nuovo servizio da tè, che alcuni mesi più tardi fu messo in produzione e presentato alla fiera di Vicenza, dove ottenne il primo premio. In seguito i premi si sarebbero moltiplicati e la sua presenza alle più importanti manifestazioni del settore avrebbe diffuso sempre di più il nome di Pesaro nel mondo.

La sua concezione dell'arte era peraltro parte di una visione più complessiva, di sinistra, che egli sentiva come propria per nascita e appartenenza. Si iscrisse così al PCI nel 1970, partecipando con passione alla vita di partito, contribuendo a vivificare i dibattiti con l'intelligenza, l'apertura, la tolleranza e la schiettezza che gli erano proprie. Ma era anche dotato di una notevole vis polemica e aveva il vizio di parlare fuori dai denti, per cui riscosse più spesso diffidenze che consensi. Aveva capito già da allora, assieme a un piccolo gruppo di amici, che lo Stato e la società in Italia sarebbero mutati radicalmente nel giro di pochi anni e cercava di avvertire il gruppo dirigente della necessità di cambiare al più presto organizzazione e natura dei rapporti interni. Ma lui e quel gruppo sparuto erano gli estremisti, i cinesi, i trotzkisti, i gruppettari e non trovarono mai alcun ascolto per sufficienza, impreparazione culturale, superficialità, sottovalutazione degli eventi, nonché per meschini calcoli di carriera e bottega. Quando uscivamo dalla sala della riunione, dove il fumo si tagliava col coltello, mi si rivolgeva in maniera indescrivibilmente, assolutamente, parossisticamente incazzata: "Ma com l'è possibil, che in n'ava capit?". Tornava a casa rosso in viso, fremente di rabbia, scavato da un rovello indomabile. La moglie si accorgeva subito di come erano andate le cose e rivolgendosi a lui con voce dolce, calma e serena, lo invitava a sedersi: "Sta buono Franco, ti faccio una camomilla". Così aspettò che il PCI a Rimini si facesse PDS per riposarsi, come anche il più accanito dei guerrieri avrebbe fatto, nel suo buen retiro di Santa Marina.

Addio vecchio patriarca, compagno e amico! Ci mancheranno tanto la tua ironia, le tue acute osservazioni, il tuo distacco vagamente amaro dalle piccole cose di ogni giorno e la tua capacità di vedere una luce lontana laggiù, in fondo a questo budello scuro nel quale oggi ci troviamo a camminare.

Peppe Scherpiani

 

La ricerca di nuove forme

Franco Bucci è considerato insieme a Nanni Valentini il più innovativo ceramista italiano del secondo Novecento. La sua vocazione artistica inizia tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60. In questo periodo si formarono in Italia molti gruppi di lavoro che ebbero un unico progetto, o meglio finalità: la "democratizzazione dell'arte". In questo clima nacque il Laboratorio Pesaro in cui un gruppo di giovani artisti (Bucci, Valentini, Pieraccini e Doppioni), provenienti da esperienze e studi didattici diversi, iniziarono ad utilizzare tecniche e idee innovative. La ceramica fu al centro dell'attenzione di questo gruppo perché utilizzava il materiale più duttile e antico che si ritrova in tutte le civiltà del mondo.

In una recente intervista al Messaggero del 17 marzo Bucci affermava su quel determinato periodo: "Quando il Laboratorio Pesaro si sciolse come gruppo, ne continuai l'attività (fino al 1995) con una produzione di oggetti in grès. Da quel momento la mia ricerca si è concentrata sia sul design dell'oggetto d'uso che sulla tecnologia: smalti e impasti sono stati sempre realizzati con un percorso di sperimentazione che ancora oggi, dopo 40 anni che faccio la ceramica, non è ancora finito". Alla fine degli anni '60 Franco Bucci fu chiamato come insegnante nel prestigioso "Office National de l'Artisanat" a Tunisi, nell'ambito di una serie di scambi fra il governo italiano e quello tunisino. "Fu una scelta non facile – prosegue Bucci nell'intervista – perché, pur trasferendomi in Tunisia con la famiglia, mantenni aperta l'attività di Laboratorio Pesaro che in questi due anni di soggiorno tunisino fu gestito da mio fratello Ferruccio. Fu un'esperienza importante: uno scambio vero di culture da cui sono stato sicuramente influenzato".

Nel 1970 rientra in Italia e, insieme alla moglie Anna, riprende la conduzione del Laboratorio Pesaro, che proprio in quel periodo cominciava a decollare. "Dopo quasi dieci anni di lavoro le nostre forme e materie erano richieste dai migliori negozi in Italia e all'estero. Ma la mia attività non ha mai tralasciato la ricerca e la sperimentazione: ho messo a punto impasti ceramici innovativi e unici come l'ipergrès. Il mio design minimalista fin dai primi anni '60 era in contrapposizione ad una ceramica aulica allora imperante sul mercato". Una data importante per l'attività artistica di Bucci fu il 1996: quando, lasciata la conduzione del Laboratorio Pesaro, aprì l'atelier nel quale ancor oggi si continua la ricerca e la sperimentazione di nuove forme e impasti.

Fra gli ultimi lavori di Bucci vi è la messa a punto di un impasto pirofilo molto resistente che risolve problemi finora irrisolti dalle pentole in ceramica. Da qui la nascita di una linea di pentole in grès funzionali e belle per una cucina sana. Il 2001 era stato un anno pieno di soddisfazioni per Franco Bucci: una collaborazione con il Laboratorio di Castellamonte per la produzione di pentole presentate al Macef di Milano. Poi la realizzazione di due opere uniche: la prima in omaggio a Mario Monicelli durante la "Mostra Internazionale del Nuovo Cinema" e la seconda come dono della città di Pesaro al cancelliere tedesco Schroeder in visita la scorsa estate.

Paolo Montanari


 
 
 
 
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