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Una febbre maligna a Pesaro nel 1603
Cronache dal passato
Da alcuni anni Pesaro vive una situazione sanitaria soddisfacente poi, nell'estate del 1603, una “febbre maligna” (forse malaria) mette a letto molte persone e altre ne spedisce a “miglior vita”. Nelle alte sfere del governo della città, duca compreso, ci si domanda quale sia la causa della malattia e si vagliano proposte o si prendono decisioni atte ad arginarne la diffusione. I pareri sono molteplici, ma a prevalere è l'idea che “cagione generale di questi accidenti siano le acque stagnanti che si ritrovano d'intorno alla città, quali putrefatte sogliono generare (per tre o quattro mesi) cattivi umori, che poi inalzati, et portati da venti dentro rendendo gli uomini di cattiva complessione”.
Sotto accusa sono le acque del Genica, quelle dei fossi della Rocca, del fosso che passa sotto il baluardo di Santa Chiara e accoglie gli scarichi del convento del Corpus Domini, la melma del Foglia e dei prati di Miralfiore, i guazzi di Soria, i letami delle stalle, le acque luride e puzzolenti del vallato dove ristagnano – quando non “corre l'acqua” – i liquami di molti “necessari”, i rifiuti delle concerie e delle beccherie. “Queste cose con qualch'altra immondizia della città (generano una) nebbia che, come un cappello, a mattina la ricopre”. Per alcune “personcelle” le cause devono ricercarsi nel “gran numero di ebrei che fanno giudaizzare li contadini, et abbino commertio con le contadine e lavoratore, et che per questi peccati venga il male, et chi dice venire perché non si fa la capella a S. Terentio, come fu risoluto”.
Queste le varie opinioni. Ma i rimedi che s'intendono prendere hanno prevalentemente il fine di eliminare la corruttrice “mal aria”. Innanzi tutto si deve procedere alla pulizia della città, avendo di mira specialmente il vallato, poi al rifacimento o alla costruzione di palate nei siti di sottomonte, della foce del Genica e “incontro alla Rocca”, affinché la battigia del mare si avvicini alla città e permetta ai vari corsi d'acqua che hanno difficoltà di deflusso nei mesi estivi di eliminare celermente le loro acque putride e puzzolenti. Da non trascurarsi sono anche interventi minori, primo fra tutti lo smaltimento delle acque della fonte della piazza. Alla fine dell'estate però non molto si è fatto e la febbre maligna infierisce ancora su Pesaro. Non rimane che ricorrere alla clemenza divina. Così il Vescovo ordina che si facciano “l'oratione delle 40 ore nella chiesa del Corpus Domini” ed in occasione della festa della Beata Felice Meda, dopo aver cantato la Messa con l'intervento della Magistratura, si metta “l'oratione che piaccia alla Divina Maestà di esaudirla, che vi è di bisogno”. A Dio ci si era rivolti anche nei primordi del male, quando non si sapeva quale rimedio adottare per arginarne la rapida diffusione. “Bisogna raccomandarsi a Dio et altro non saprei che farmi”, scriveva in quel frangente il luogotenente della città in una missiva del 5 agosto.
L'ultima vicenda a noi nota di quel difficile 1603 riguarda le monache del “Corpus Domini”. Nel novembre il luogotenente di Pesaro tratta coi loro sindaci per cercare di rimediare all'inconveniente dello smaltimento dei rifiuti del loro monastero che, fermandosi nel fosso della muraglia, fanno tanto fetore da disturbare grandemente i soldati di guardia a Porta Fanestra, oltre a contribuire al nascere dell'aria cattiva. La soluzione trovata è quella di far scorrere le acque del fosso fino al mare. “Ma questo l'esperientia ha dimostrato che non riesce perché ogni volta che soffia il Levante l'acqua non corre, et muore nei fossi della Rocca”.

Marco Battistelli


 
 
 
 
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Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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