Ricordando Tombari

Fabio Tombari era un uomo felice!"
"Tombari era un uomo felice?"
Ho sentito spesso questa frase detta da chi ripartiva da casa nostra dopo avere trascorso il pomeriggio con papà che accoglieva tutti con la stessa affabile cordialità con cui viveva e parlava in famiglia. Non aveva maschere sul viso. Non si paludava, era spontaneo sia col mendicante che col capo di Stato. Era conscio di sé. Questo sì. Consapevole anche di essere stato un ragazzo dignitosamente povero, sano, che amava la Vita (suo primo libro) e che considerava un dono ricevuto dal cielo sentire questa necessità di scrivere e il poter far da tramite tra le creature che avevano il dono della parola e del pensiero, e quelle silenti come piante, rocce, animali ecc. Viveva per il suo scrivere.
Quando mormorava "il mio lavoro" c'era amore, fatica, sacrificio; anche la sua vita, gli affetti, tutto... veniva dopo. Viveva per il lavoro: arte e mestiere. Il suo sentire di uomo era totalmente proteso a scrivere. Era un servizio ed era la sua preghiera. Il Verbo. Anche se mescolava spirito e sapori terrestri per facilitarne la comprensione.
Fernando Palazzi (sì proprio l'autore del vocabolario) disse un giorno di lui: "Fabio non sa niente di ciò che gli uomini sanno, ma sa tutto quanto gli altri uomini non sanno". Il che era, in un certo senso, vero: basti pensare alla politica. Il padre diceva: "Fabio de pulitica en capisc nient!" E si rassegnava.
Scriveva preferibilmente al mattino, ma anche di notte se buttava giù l'idea. Quando scrisse la lirica Essere mandò mamma a Fano dalle amiche dicendole: "Torna stasera!" Mi chiamò e disse: "All'una, senza parlare, portami un piatto di spaghetti e un caffè bollente". Al tramonto il suo canto più bello era perfetto.
E studiava. Perché studiava. Oh, se studiava. Ore e ore di ricerche in biblioteca o, nei viaggi, ricerche nelle antiche raccolte dei vecchi monasteri, nelle università. Ovunque. Il libro di Renda e Rondò è un condensato di questa sapienza e i due protagonisti rispecchiano le sue due inclinazioni d'animo. Rondò l'uomo da abbandonare e Renda l'ideale.
Ammirare l'universo lo faceva sentire umile servitore verso il prossimo, cui far sentire, con immediatezza e fragranza, la magia, i colori, gli umori, l'essenza stessa della natura. Ricordo che qualche critico gli aveva fatto notare come non avesse tracciato figure di donna a tutto tondo, ma solo, secondo i critici, la donna idealizzata, perciò non reale (la sua Maria morta diciannovenne). Ciò non è completamente vero, perché a papà bastavano due aggettivi o una sola frase per darci immediatamente la corposità e il carattere, pregi e difetti di chicchessia.
Fabio aveva tanti amici che capiva e amava fraternamente, ma amici veri che negli anni gli dimostrarono una devozione commovente. Vorrei ricordarne i nomi ma, per gratitudine a chi lo ha amato, non vorrei dimenticarne nessuno: la famiglia Ondedei, il dottore, don Italo e i due grandi Battistoni e Gallucci. Si commosse quando seppe che don Orione pregava per lui quando era un giovanotto un po' scapestrato. Ma aveva anche tanti figli. Sì, figli dell'anima. Tanti negli anni son passati per casa: il piccolo muratore, lo studente, l'universitario, il soldatino, il tormentato, lo sbandato. Tutti chiedevano un padre, un consiglio, una guida, un po' di affetto e di luce. Ma due erano particolarmente vicini a lui: Silvio Zanchetti compositore di musica, così grande e così riservato da esser più conosciuto all'estero che in patria, e il rimpianto scrittore Luciano Anselmi che papà vedeva spesso triste e poco capito.
Gli dicevo: "Stagli più vicino, faglielo sapere che gli vuoi bene". E lui mi rispondeva: "Lo sa, ma non posso intromettermi nella sua vita perché gli toglierei la libertà".
Il concetto di libertà interiore era sacro per mio padre, specialmente gli ultimi dieci anni della sua vita, quando si era accorto che per distrazione o per dolcezza d'animo erano accaduti fatti che avrebbe potuto o dovuto impedire.
Tombari un uomo felice? Sì, se si vuol intendere che ci dava il suo bene, e le delusioni, il dolore e le incomprensioni le teneva per sé. Non per finzione, ma per non ferire o pesare sugli altri: per proteggere.
Camminando mi diceva: "Certo l'ape ha anche l'acido fenico, ma ci dà il miele. E' la vespa che punge, ma punge perché in quel momento ha paura. Ricordatelo Maria il più cattivo è il più debole". Mi diceva: "Io voglio che la mia pagina lasci sapore di buono in bocca: pensar forte e scriver corto è ciò cui miro. Certo il male fa più effetto (rallentava il passo), fa guadagnare più soldi, crea pathos, ma non voglio essere io a distribuirlo."
Rifiutò la direzione del settimanale Gente, perché non voleva accettare di firmare la cronaca nera. Quando gli facevo osservare che poteva essere costruttivo ed educativo presentarla in modo corretto, mi ribatteva con convincimenti, indubbiamente bellissimi, ma talmente idealisti da risultarmi ingenui. A me che avevo vissuto tanto meno ed ero papera da cortile vicino all'aquila.
Non avevamo, in molte cose, le stesse idee: la caccia, la politica, perfino la musica: lui pucciniano sfegatato, io adoravo Verdi. In realtà tutti due amavamo entrambi, ed era una gioia scontrarsi e discutere, verificarsi. Come in un duello un buon avversario è meglio di un amico.
La vita si snodava negli anni ed io macinavo i chilometri per andare a trovarlo e fargli godere i nipoti, e quando (poiché per tutti è così) si accorgeva che non navigavo esattamente su una foglia di ninfea, mi guardava serio e per consolarsi mi diceva: "Tanto tu saresti libera anche in galera".
Arrivando da lontano trovavo la casa di Rio Salso, specie di domenica, sempre con qualche "satellite" in visita.
Qualcuno simpatico, ma qualcuno decisamente no e dicevo a papà: "Ma come fai a sopportare tutti?"
E lui mi rispondeva disarmante e disarmato: "Ma, Maria, in ognuno c'è il Cristo".
Spesso concludevamo ridendo che era ben nascosto sotto una cotenna di lardo notevole.
Era vecchio, ormai tra gli ottanta e i novanta, pretendeva simpaticamente gli spaghetti al dente, il caffè ben caldo. Quanto all'insalata doveva essere fresca e croccante: "Vai a raccoglierla tu, voglio mangiare la vita!"
Una mattina gli telefonai molto presto da Ancona, dove vivevo: "Papà per piacere oggi non uscire, non andare a Pesaro, tira una bora troppo forte, dammi retta ti prego". Lo ricordavo tanto magro quando l'avevo abbracciato ripartendo. Ma lui ridendo mi rispose che era un vecchio ragazzo. E si lasciò portar via dalla bora.

Maria Tombari
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